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Gli Italiani nella campagna napoleonica del 1812 - Sez.Storica Napoleonica
Published by Afabri on 2007/10/29 (2458 reads)
Gli Italiani nella campagna napoleonica del 1812 - Sez.Storica Napoleonica
GLI ITALIANI NELLA CAMPAGNA NAPOLEONICA DEL 1812


Autore: Sezione Storica Napoleonica



Prospetto delle forze militari italiane, francesi e alleate, e delle forze russe.

Gli Italiani traversano le Alpi e l’Alemagna. Dopo inutili trattative è dichiarata la guerra.“L’Italia bagnata dai due mari nei tre lati del trapezio, non ha che appresso a poco 200 leghe di frontiere terrestri, barriere le più forti ed insuperabili, che la natura possa accordare.

La popolazione di questo paese, compresovi le sue isole, ascende a 17 in 18 milioni. A norma dei calcoli dei più moderati aritmetici politici, può facilmente e senza veruno sforzo mantenere collettivamente fra tutti i suoi principati un’armata attiva di 200 mila buoni soldati. Ardisco dire buoni soldati per quella convinzione che ne ha data l’esperienza di venti anni, ed appoggiato alla testimonianza del giudice più sicuro in questo genere. Egli ha detto «La bravura delle truppe Italiane non può revocarsi in dubbio in verun’epoca. Per convinzione basta rammentar Roma, tutti i condottieri del Medio Evo, e nel XVIII e XIX secolo le truppe della repubblica Cisalpina, e del regno d’Italia»” (Montholon, memories pour servir a l’histoire de France sous Napoléon).

Napoleone, creato della repubblica italiana il regno d’Italia, e cintosene la corona il 26 di maggio 1805, emanò diversi decreti relativi all’amministrazione del regno ed all’aumento e formazione della sua armata. Eugenio Beauharnais suo figlio adottivo fu dall’Imperatore eletto a presidente col titolo di vice-ré, sul destino di quei popoli.

Infatti nella rivista passata dal vice-ré alle sue truppe il 16 ottobre a Strà sul Brenta, mostrò veramente d’andar superbo della loro pulitezza, disciplina, e istruzione, quanto era stato ben pago in ogni incontro del loro valore.
Ragguagliatone l’imperatore, questi ordinò tosto che fossero creati sulla coscrizione del 30 novembre tre nuovi reggimenti, cioè uno di fanteria, uno leggero ed uno di cavalleria.
Finalmente al 1° gennaio 1812 l’esercito Italiano poteva esser paragonato pel valore, per la bellezza, la disciplina e l’istruzione agli eserciti più veterani e agguerriti di qualunque altra nazione.

Quest’esercito componevasi di circa settantacinque mila uomini.
Queste forze, spartite in sei divisioni, al principio dell’anno 1812 si trovavano distribuite nel modo seguente: due occupate nella guerra di Spagna, e quattro per le diverse guarnigioni della Dalmazia, dell’Italia e lungo le frontiere.
L’armata Napoletana era di 50 mila uomini nell’anno 1812. Una divisione d’ottomila uomini di fanteria della linea, e duemila uomini di cavalleria della guardia dovevano concorrere alla spedizione di Russia; ma essendo giunti troppo tardi non oltrepassarono la fanteria Danzica, e la cavalleria Ozmiana.

Questi abitanti meridionali trasportati sotto 28 gradi di freddo perirono quasi che tutti nel novembre e dicembre di quell’anno; i superstiti furono nel numero dei valorosi difensori della piazza di Danzica.

Nel mese di giugno del 1810 componevasi l’esercito Russo di 13 reggimenti di granatieri, 96 di fanteria, 32 di cacciatori a piede, 6 di corazzieri, 36 di dragoni, 11 di usseri, 5 di ulani,e due reggimenti di guastatori. Eranvi inoltre tre reggimenti di granatieri della guardia, uno di cacciatori a piede, un battaglione cacciatori della Finlandia, due reggimenti di corazzieri, uno di dragoni, uno di usseri, uno di ulani, uno di cosacchi, e circa cento cosacchi dell’Ural.
Consisteva l’artiglieria dell’esercito Russo in 25 brigate, senza computarvi un battaglione ed una compagnia a cavallo della guardia.
Oltre il preannunciato prospetto di un esercito attivo, esistevano per le guarnigioni 105 battaglioni di deposito, fra i quali uno della guardia. Tutti i reggimenti dei granatieri, e dei cacciatori a piede erano di tre battaglioni, eccetto un reggimento dei granatieri della guardia, che si componeva di quattro. Ciaschedun battaglione della linea ascendeva a 738 uomini, quelli della guardia a 764.

I reggimenti dei corazzieri, e dei dragoni contavano cinque squadroni, quelli degli usseri e degli ulani dieci, toltone quelli appartenenti alla guardia, che non ne avevano se non cinque.

L’intiero esercito ascendente a 437 battaglioni, e 399 squadroni era scompartito in 25 divisioni.
Alla fine del 1810 il governo nel far fronte alle perdite consuete dei corpi, ed a quelle sofferte nella sanguinosa campagna di Moldavia, aveva ordinata in tutto l’Impero, meno nei governi della nuova Finlandia, della Georgia, e nelle province di Bialystock, e di Tarnopol, una leva di tre reclute sopra 500 maschi. Questo reclutamento fu impiegato a completare i quadri dei reggimenti esistenti, ed a formarne di nuovi. Poco importa il conoscere tutte le variazioni, traslocamenti ed aumenti che incontrò questo esercito nel corso del 1811: basterà il sapere che mercé simili nuove disposizioni si trovò egli composto di 498 battaglioni e 409 squadroni non compresovi 97 battaglioni di deposito collocati nelle diverse guarnigioni dell’impero.

Le vertenze fra le due corti di Pietroburgo e delle Tuilleries avendo acquistato un tal grado di gravità da non mostrare dubbiosa una prossima guerra, Alessandro credé opportuno di aumentare sempre più il personale della sua armata, la quale presentava al primo di gennaio del 1812 un totale di 517.682 uomini di truppe regolate sparse lungo i diversi punti dell’Impero.

Dei copiosi magazzini di viveri e foraggi erano stati stabiliti a Nowgrod, Sonitza, Trubzewsk, Riga, Dunaburgo, Bobruisk, Kiew, Wilna, Zazlawl, e Lutzl.
Napoleone, il quale non aveva ignorati i segreti preparativi della Russia, non poteva apertamente lagnarsene. Persuaso, che con l’audacia si può tutto intraprendere, ma non si può venire a capo di tutto, si mostrò sempre più intento a non trascurare veruno di quei mezzi che aveva a sua disposizione,
per aumentare il suo stato militare e pervenire a tal guisa, qualora le trattative non ottenessero un felice risultato, a schiacciare il suo nemico sotto le masse formidabili che a suo danno avrebbe rivolte.
Egli diceva esser la leva di potenza più sicura, una forza militare che dia la legge, e della quale il genio disponga. Tale era stata la coscrizione. Ragionando con questa forza sparivano le contraddizioni e si consolidava il potere.

Verso la fine del 1810 l’esercito francese contava 128 reggimenti di fanteria di linea o leggieri, quali di due, quali di tre, quali di quattro battaglioni. La cavalleria si componeva di 16 reggimenti di carabinieri e corazzieri a quattro squadroni oltre i depositi(64), 30 reggimenti di dragoni a quattro squadroni (120), 37 reggimenti degli usseri, o cacciatori a 4 squadroni (148).
Aggiungendovi la guardia imperiale composta di 30 in 35 mila combattenti, i diversi reggimenti svizzeri, polacchi, e di altri corpi stranieri porgeva quest’armata un totale di circa 583.214 uomini.
Tali forze per quanto prodigiose si fossero, non parvero sufficienti all’imperatore Napoleone.

Fino dall’anno 1811 aveva egli formato il prospetto di un quadro per una armata attiva in cui la sola Italia doveva somministrare 40 mila uomini.
La Francia secondo il censo del 1811 conteneva 34 milioni 900 mila anime fra il Reno, i Pirenei e le Alpi. I dipartimenti Italiani, ad essa aggregati, le aggiungevano una popolazione di 4 milioni e 900 mila anime. (Suol calcolarsi in Italia sopra ogni lega quadrata circa 800 abitanti). Quelli dell’Olanda, e dell’Alemagna 3 milioni e 300 mila: il regno d’Italia 6 milioni e 400 mila, le province Illiriche un milione e 500 mila.

L’Imperatore Napoleone disponeva dunque di una popolazione di 51 milioni d’anime; che a norma delle regole generali somministratagli i mezzi di mantenere un esercito di oltre 500 mila uomini. Più della metà di quest’esercito trovatasi in Spagna; così la quantità disponibile formava un totale di circa 210 mila uomini in gran parte occupati a guarnire le piazze ed altri punti dell’Impero.
Napoleone oltre le suddette forze aveva a sua disposizione quelle dei suoi numerosi ausiliari. Cioè del regno d’Italia e di Napoli, del granducato di Varsavia, del re di Baviera, di Sassonia, di Westfalia, di Wűrtemberg, del Granduca di Baden, e dei contingenti dell’Assia, ed altri Principati della confederazione renana.

Risulta pertanto che egli poteva disporre pel primo momento di guerra di un esercito d’oltre 300 mila combattenti per di cui reclutamento potevano annualmente somministrargli e i suoi stati, e i suoi alleati 200 mila uomini senza che perciò cessasse dal proseguire la guerra di Spagna.
Malgrado l’immensità di tali sussidi pensò a crearsene dei nuovi che in caso d’impreveduto bisogno supplissero al vuoto che cominciavano a presentare le classi diminuite della coscrizione.

(…) È una sventura quasi inevitabile per le piccole parti di un gran tutto, l’esser sottoposte all’oblio; così la storia militare moderna non può più occuparsi degli uomini, ma delle cause, e degli effetti. Convien dunque che le memorie particolari correggano questo torto della sorte somministrando al pubblico ciò che esse hanno potuto raccogliere, onde pur anco la posterità delle piccole parti non resti dubbiosa nella storia dei suoi predecessori.
Napoleone, come Re d’Italia aveva destinato fino dal 1810 , 40 mila Italiani a far parte dell’esercito che muover si doveva alla volta del Nord.
Il generale Pino, primo capitano della guardia reale Italiana, ebbe l’ordine dal maresciallo Berthier maggior generale, di tenersi pronto ad entrare in campagna con una divisione di fanteria di circa 15 mila uomini, due reggimenti di cacciatori a cavallo, la divisione della
guardia del reggimento dei dragoni-regina, con più le truppe dell’artiglieria, del genio e degli equipaggi.

La divisione della guardia reale partì da Milano il 18 febbraio 1812, e traverso il Tirolo, la Baviera, e la Sassonia, non arrestandosi che nei luoghi consueti di soggiorno, ed una settimana in Augusta, giunse il 17 aprile a Goldberg, una delle città della Slesia Prussiana. Fu dessa ben tosto seguita dalla divisione Pino composta totalmente d’Italiani, quindi dalle divisioni Broussiers, e Delsons, (alimentate sempre, durante il loro lungo soggiorno in Italia, dai dipartimenti Italiani aggregati alla Francia) e finalmente dai reggimenti di cavalleria della guardia comandati dai colonnelli Narboni, e Marranesi, e dalla brigata di cavalleria leggera, sotto gli ordini del general Villata. Tutte queste truppe compresi i cannonieri, gl’ingegneri, i servizi riuniti ecc. formarono il predetto contingente Italiano, il quale si recò pure nella Slesia Prussiana componendo un solo corpo sotto gli ordini del duca d’Abrantes. Restammo tranquilli nei nostri accantonamenti fino al giorno 8 maggio, che da un ordine dello stato maggior generale, fummo informati assumer l’armata d’Italia il nome di 4° corpo del grand’esercito, e riunito che si fosse senza dilazione a Glogau sull’Oder, capitanato dal vice-ré d’Italia, dirigersi dovesse alla Vistola.

Partiti di nuovo dai nostri accantonamenti si andò a Liegnitz, ove soggiornammo il 10.
Napoleone il 22 giugno 1812 annunziò l’apertura della campagna col seguente proclama:
«Soldati!La seconda guerra della Polonia è cominciata. La prima ebbe fine a Friedland, e Tilsit. La Russia giurò a Tilsit eterna alleanza alla Francia, e guerra perpetua all’Inghilterra. Ella frange oggi quei giuramenti, né veruna ragione vuol darci di così strana condotta fintantoché le nostre aquile ripassato non abbiano il Reno, lasciando il tal guisa i nostri alleati alla di lei discrezione. È una fatal cecità, che la guida! Compier si devono i di lei destini!… Ci crede ella dunque degenerati? Eh che! Non siam più forse i soldati di Austerlitz? Ella si colloca fra il disonore e la guerra; può essere in noi dubbia la scelta?… Si proceda dunque, si varchi il Niemen; rechiamo la guerra sul di lei territorio; la seconda guerra della Polonia sarà gloriosa alle armi francesi, quanto la prima; ma la pace, che concluderemo trarrà seco inevitabile garanzia; essa porrà un termine alla funesta influenza, che in Russia esercita da 150 anni su i gabinetti dell’Europa.»


Pernottavamo a Kalwary quando giunse a noi un tal proclama.
Io non ho bisogno di leggere il mio giornale per ridire ciò che insieme cogli altri provai. Quattordici anni d’intervallo e di posa non hanno potuto per anco cancellare dalla piamente l’impressione, che in noi tutti destò questa voce del nostro capo, ed oggi che scrivo ho per un momento risentito quel fremito orgoglioso che s’impadronì allora di tutti i nostri sensi. Fa d’uopo per non reputar romanzesca una tale idea trasportarsi ove noi eravamo, quali e quante vittorie preceduto avevano questi accenti, che noi, reputavamo profetici, e dove la nostra vita ed ambiziosa fantasia, nella sicurezza della vittoria, ci faceva volar col pensiero.

Se prima di esser certi che la guerra della Russia era lo scopo del nostro viaggio, avevamo creduto di recar la guerra nell’Asia, ora si aumentava la nostra supposizione. La Russia soggetta, dischiuso il lato vulnerabile dell’Inghilterra, non avrebbe Napoleone dilazionato il momento della vendetta: noi saremmo giunti ove niun’armata meridionale era mai penetrata. Preceduti dal grido delle nostre vittorie irrompevamo per la barriera di quella ricca e vasta regione piena di gloriose memorie dei nostri antichi Italiani. La pace universale, il dominio del mondo, le ricche ed onorifiche ricompense, una reputazione eroica meravigliosa, tali erano le prospettive che il nostro sguardo ambizioso tentava raggiungere nel buio dell’avvenire. Felici sempre in ogni impresa la più ardua, perché ora che ci vedevamo e più numerosi e più forti e possenti, che mai fossimo stati avremmo dubitato e non prestato fede a dei vaticini, forieri costanti del resultato delle più improbabili imprese?

È massima che un esercito numeroso, istruito e veramente militarizzato, ama sempre la guerra. La savia, la vera disciplina guida costantemente le truppe nella via dell’onore e del dovere qualunque sia l’opinione che le anima. Cessa d’aver essa la forza inerente allorché si commette l’errore di rendere queste truppe corpi deliberanti. Se si riflette pertanto alla composizione di quest’esercito, alle disciplinari e savie sue istituzioni, ai grandiosi ed imponenti apparati, che per ogni lato scorgevamo, e che infiammavano il cuore e l’immaginazione; alla nostra educazione militare, che allevati ci aveva in mezzo alla vittoria, ed alla fiducia che riponevamo nel nostro capo, non si porrà, io spero, il benché menomo dubbio sulla veracità dei sentimenti che io dico aver animato i soldati alla pubblicazione dell’ordine predetto.


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