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I Cavalieri TemplariI: Storia e Leggenda - F. Medagli
Published by Afabri on 2007/10/23 (1866 reads)
I Cavalieri TemplariI: Storia e Leggenda - F. Medagli
I CAVALIERI TEMPLARI: STORIA E LEGGENDA


Autore: F. Medagli



Quando si parla dei Cavalieri Templari, un’aura di mistero sembra calare quasi inevitabilmente sull’argomento, come se ad evocarla basti il semplice nominare quest’Ordine monastico-cavalleresco.

Non nascondo che, pur sapendo quanto di fantasioso si è detto e scritto su di loro, non ho saputo resistere alla tentazione di leggere quanti più libri possibile sull’argomento.
Mi sono imbattuto allora in molti testi che, oltre all’aspetto storico, tracciavano, ma sempre sulla base di documenti verificabili, ipotesi affascinanti sui motivi della operazione di rilettura in chiave enigmatico-esoterica che nei secoli si è innestata su quanto di storico è giunto sino a noi.
E perciò, non essendo sempre facile identificare la sottilissima linea di confine tra la storia e la leggenda, cercherò di percorrere le due strade separatamente, per quanto possibile.

La storia

In base a quanto generalmente accettato, le prime vere notizie storiche sui Templari si devono all’opera di uno storico franco, Guillame de Tyre, che scrisse di loro tra il 1175 e il 1185. Ma c’è da dire che, quando Guillame de Tyre comincia a scrivere, la Palestina è sotto il dominio occidentale già da più di settant’anni ed i Templari probabilmente esistevano già da più di cinquanta: quindi le fonti da cui attinge sono di molto anteriori alla sua stessa nascita ed hanno un’attendibilità che non può essere comprovata.
Secondo tale storico, comunque, L’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone fu fondato nel 1118 (nel 1111 secondo altri) da Hugues de Payen (o de Payns), il quale insieme ad otto valorosi compagni (Bysol de Saint Omer, Andrè de Montbard, Archambaud de Sain Aignan, Gondemar, Rossal, Jaques de Montignac, Philippe de Bordeaux e Nivar de Montdidier) si presenta, accolto con grande benevolenza, al palazzo di Baldovino I, re di Gerusalemme, insediato sul trono di Terrasanta dal fratello maggiore Goffredo di Buglione che diciannove anni prima aveva conquistato la Città.
Altri studiosi datano la nascita dell’Ordine con buona approssimazione, tra il 1114 ed il 1125, anno in cui risulta che Hugues firma un documento qualificandosi come magister Templi.
Guillame dice che lo scopo di tali nobili cavalieri era: ”per quanto lo permettevano le loro forze, mantenere sicure le vie e le strade…particolarmente per proteggere i pellegrini”, ma dice anche che per nove anni i cavalieri occupano quella che era stata l’area della spianata delTempio di Salomone e non ammettono altri cavalieri con loro.
Nel 1127 Hugues de Payen, forse a causa di difficoltà militari ed economiche, torna in Europa con cinque cavalieri, alla ricerca, probabilmente, di appoggi in tal senso.
Proprio in questa circostanza, molti storici sono concordi nel riconoscere il momento di svolta dell’Ordine.
Infatti, Hugues si ferma a Roma dove incontra Papa Onorio II, al quale forse potrebbe aver esposto l’intenzione di creare questa milizia, con conseguente imbarazzo del Pontefice, dal momento che mai erano esistite confraternite di monaci dediti all’uso delle armi (gli Ospitalieri o Gerosolimitani già esistevano, ma disarmati).
Sta di fatto che in seguito, ispirato da San Bernardo di Chiaravalle che si dimostrerà sempre molto vicino all’ordine (suo zio era Andrè de Montbard, uno degli otto cavalieri di Hugues de Payen) , nel gennaio 1128, a Troyes, si riunisce un Concilio che riconosce ufficialmente l’Ordo Militiae Templi e nomina Hugues de Payen suo Gran Maestro; i Cavalieri divengono, a tutti gli effetti, il braccio armato della Chiesa contro i Saraceni.
San Bernardo stesso elabora per loro la Regula Commilitonum Pauperum Sanctae Civitatis , sull’esempio di quella Cistercense.
Tale Regola, formata da 72 articoli, è durissima: è vietato qualsiasi contatto con le donne, persino con la propria madre, il gioco delle carte e dei dadi, la caccia, ridere smodatamente o urlare; vi è l’obbligo di tagliare i capelli ma non la barba, di vivere poveramente e vestire modestamente.

Nel 1131, san Bernardo scrive il De laude novae militiate ad milites Templi, a conferma della sua “attenzione” per il neonato ordine; quasi un impegno per legittimarlo ed esaltarlo.
Nel 1139, Papa Innocenzo III emana una Bolla, la “Omne datum optimum”, con la quale stabilisce che i Templari non devono obbedienza a nessun potere statale o ecclesiastico tranne che al Papa e sono esonerati dal pagamento di tasse o gabelle.
E’ facile comprendere come, da quel momento, la potenza dell’Ordine si accresca a dismisura insieme alle loro ricchezze e possedimenti, soprattutto in Europa.
In Terrasanta, però, la situazione non è delle più rosee: Sal-Hal-Din (Saladino) nel 1174 entra a Damasco e ad Homs.
Nel 1179 attacca e invade la Galilea e presso MesaPhat si scontra con l’esercito cristiano di Raimondo III e i Templari, massacrandoli.
Inoltre, nel 1187 Rinaldo di Chatillon, con un atto sconsiderato marcia verso Medina e La mecca per appropriarsi della “pietra nera”, simbolo sacro musulmano.
Tale folle gesto scatena la reazione di Saladino che riuniti 300.000 uomini, infligge ai cristiani una sanguinosa sconfitta nella battaglia di Hattin, grazie anche all’ostinazione di Gerard de Ridefort, all’epoca Gran Maestro, che conduce un attacco scriteriato dall’impossibile esito positivo.
Due mesi più tardi, dopo quasi un secolo, Gerusalemme ritorna in mano saracena.
Ormai, quasi tutta la Terrasanta è perduta; nel 1291 capitola anche Acri ed i Templari si stabiliscono a Cipro.
Si può dire che da questo momento, grosso modo, ha inizio il declino dell’Ordine che vede il suo tragico epilogo in Europa, nella vera e propria persecuzione scatenata contro di esso da Filippo IV di Francia, detto il Bello, smanioso di potersi sbarazzare degli scomodi “inquilini” insediatisi sul territorio francese e di poter mettere le proprie mani sulle loro ancora ingenti ricchezze, con l’assenso se non proprio con l’aiuto, di Papa Clemente V, asceso al soglio pontificio con il forte appoggio dello stesso Filippo, e quindi a lui legato da una smisurata riconoscenza.
Filippo riesce anche ad ottenere dal Pontefice, la Bolla “Vox in Excelso”, con la quale la condanna dell’Ordine riceve la definitiva “benedizione”.
Il calvario dei Cavalieri passa attraverso accuse infamanti di pratiche magiche, di idolatria, di eresia, di sodomia e vilipendio della Croce, per concludersi, nella maggior parte dei casi, con la tortura e la morte.
Ufficialmente, con la condanna al rogo del Gran Maestro Jacques de Molay e di Geoffroi di Charnay precettore di Normandia nel 1314, i Templari consegnano ai posteri la loro storia, anche se secondo molti, diramazioni dell’Ordine non cessano di esistere, sopravvivendo nei secoli successivi in varie nazioni europee.
Ma tanto accanimento contro i Templari può essere spiegato solo con il desiderio di Filippo di eliminare la possibilità di uno stato templare indipendente nei suoi dominii e di acquisire le loro ricchezze?
Sembrerebbe offrire una risposta negativa lo stesso comportamento del sovrano che cercò di influenzare fortemente la condotta dei suoi omologhi di altri stati affinché ogni templare esistente nei loro territori, fosse scovato ed annientato.
E non fu certo per zelo nei confronti della Chiesa, giacchè sappiamo che tra il 1303 e il 1305, il re di Francia fece sequestrare e morire papa Bonifacio VIII e forse avvelenare Benedetto XI!
Fin qui, in breve, la versione ortodossa della storia dei Templari.

La leggenda

Cos’è che, allora, nei secoli ha contribuito a disegnare l’enigmatico profilo di costoro che sembrano essere stati, invece, dei semplici anche se a volte spietati, difensori della cristianità?
Sono alcune circostanze di quanto giunto sino a noi ad instillare il dubbio che qualcosa forse non quadra.
Stando infatti a quanto affermato dallo stesso Guillame de Tyre, i Templari si insediano nel palazzo di Baldovino nel 1118.
All’epoca, tuttavia, è comprovato che risiedesse nel palazzo lo storico di corte ufficiale, tale Fulk de Chartres, contemporaneo di quegli stessi fatti che Guillame racconta molto dopo.

Stranamente Fulk non accenna mai né a Hugues de Payen né ai suoi cavalieri.
Dimenticanza? O invece voluta reticenza? E se così fosse, perché non si doveva sapere di quei cavalieri?
Nove anni di permanenza da stranieri in un castello, non doveva essere, a quei tempi, una cosa così tanto frequente da passare sotto silenzio e nemmeno il comportamento di Baldovino, che avrebbe ospitato degli illustri sconosciuti all’interno del proprio palazzo.
Sappiamo poi, che essi non ammisero altri cavalieri con loro per tutta la durata del loro soggiorno. E dunque, non erano forse un po’ pochini, seppur valorosi, per proteggere i pellegrini sulle strade della Palestina?
Inoltre è risaputo che i compiti di sicurezza e sorveglianza dei luoghi erano compito delle milizie crociate, già numerose in quell’area.
Questi interrogativi addensano i primi dubbi sul reale compito che i Templari avrebbero dovuto svolgere, ed insieme ai dubbi acquistano vigore anche le prime ipotesi su quello che poi verrà definito come il “tesoro dei Templari”.
Ma andiamo per ordine: secondo alcuni, i Cavalieri giungono a Gerusalemme per cercare qualcosa e quel qualcosa forse è nelle fondamenta del palazzo di Baldovino, che si dice sorgesse sulle rovine del Tempio di Gerusalemme, raso al suolo dalle legioni di Tito nel 70 D.C.
Tuttavia, sembra quasi che vi si rechino come annunciati da qualcuno, talmente potente da garantire loro la calda accoglienza testimoniata dal Guillame.
E se così fosse, chi era questo qualcuno?
Nasce così la teoria dell’esistenza di un grado superiore dei Templari, una schiera di comando segreta anche agli stessi cavalieri: l’Ordine di Sion o, come più tardi sarà definito, il Priorato di Sion.
Ci si chiede allora cosa facciano i Templari per quei lunghi nove anni. La risposta data da molti a quest’interrogativo è che probabilmente scavino!
Una coincidenza strana è che gli scavi rinvenuti nei sotterranei del Tempio, possono essere fatti risalire al XII secolo.
A questo punto le congetture su che cosa cerchino i Cavalieri in quei nove anni, e soprattutto su cosa possano aver trovato, sono le più varie e fantasiose, ma la più famosa è senz’altro quella che riconosce nel Santo Graal l’oggetto delle misteriose ricerche.
Il Graal, ossia la coppa nella quale, secondo alcuni, Cristo bevve il vino dell’Ultima Cena e secondo altri, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue sgorgato dalle ferite del Crocifisso, diviene prepotentemente la reliquia oggetto di varie opere letterarie (cosiddetto ciclo del Graal) che ad essa attribuiscono oltre a poteri taumaturgici, anche quelli di donare potenza e conoscenza a chi ne venga in possesso.
Ed effettivamente, nei secoli, i Templari si affermano sia per le loro ricchezze che per il loro pensiero, che diffondono profondamente nella società dell’epoca, al punto che molti li considerano “illuminati”, esperti nella conoscenza medica e delle erbe guaritrici.
Sebbene i motivi di tale ricchezza possano essere spiegabili, tuttavia la storia comincia a strizzare l’occhio alla leggenda!
Comunque, la tesi del misterioso e miracoloso calice perde, con il passar del tempo, la sua suggestione originale e si fanno strada orientamenti diversi: il Graal non sarebbe un oggetto materiale, bensì un insegnamento, un insieme di conoscenze talmente straordinario da trasformare colui che ne venga iniziato, in un “eletto”.
Gli oggetti rappresentativi del Graal, che nelle opere sopra citate sono spesso diversamente descritti, vengono allora considerati nella loro valenza simbolica.
Quindi il Graal sarebbe, in pratica, un tesoro spirituale, una cui parte potrebbe consistere in un segreto.
A questo punto la commistione di elementi di un certo cristianesimo celtico, culti druidici, ed anche sostanziali attinenze con l’eresia catara, sembrerebbero far perdere la strada.
Il Graal, viene perciò identificato prima con una pietra sacra che chiama a sé coloro che per la loro purezza possono difenderla e attingerne la potenza, poi come una testa miracolosa; tutto comunque appare indissolubilmente legato alla figura di Cristo.
Tutto ciò, ovviamente, appare come il delirio di chi cerca a tutti i costi il sensazionalismo: tuttavia vedremo che molte testimonianze storiche fanno emergere elementi che vanno quantomeno esaminati.
Infatti, da alcuni verbali di processi dell’Inquisizione a carico dei Templari, nelle più remote tra loro aree geografiche, sembra risultare un culto di qualcosa definito “Baphomet”, sulla cui natura niente di più ci è dato sapere.
Gli studiosi pensano che sia la contaminazione linguistica di Maometto, circostanza che accrediterebbe la teoria secondo la quale molti Templari si convertirono all’Islam o comunque entrarono in stretto legame con esso.
Ma più recenti ricerche, invece, propenderebbero nel far derivare il termine dall’arabo “abufihamet”, che significherebbe “Padre della Conoscenza” o “Padre della Sapienza”, ma anche “fonte”, “stirpe”.
Se con tale termine si intendeva tuttavia indicare un principio soprannaturale o addirittura divino, perché non continuare a parlare, a tal scopo, di Dio o Allah?
Forse perchè si voleva indicare qualcosa di diverso? E cos’era questo qualcosa?

A questo punto emergono altri “contatti” tra storia e leggenda: alcuni Cavalieri processati, testimoniano che furono indotti ad adorare una testa barbuta e a rinnegare la croce: Hugues de Pairaud afferma dinanzi all’Inquisitore che gli chiede della testa: “In fede dico che l’ho veduta, tenuta e toccata a Montpellier durante il capitolo, e io e gli altri fratelli presenti l’abbiamo adorata.” Era tutto ciò solo un rito iniziatico? O nascondeva un simbolismo più profondo?
La risposta sembrerebbe essere data ancora una volta dai verbali processuali: un Templare dichiara che al momento della sua iniziazione gli fu detto: “ Tu credi erroneamente, perché egli (Cristo) è in verità un falso profeta. Credi solo in Dio nel cielo, e non in lui”.
Altre e numerose testimonianze di tal genere parlano di Templari spinti a credere solo in un Dio superiore, ma non nell’uomo Cristo.
Le influenze dell’eresia catara ora appaiono lampanti.
Sono in molti a ritenere che l’assoluta coincidenza di tali confessioni, non possa essere solo il frutto della tortura: sarebbe bastato ammettere l’accusa di sodomia per finire sul rogo.
Ci si è spinti ad affermare che probabilmente il gesto del rinnegare la Croce volesse simbolicamente indicare che i Cavalieri non riconoscevano la natura divina di Cristo.
La portata distruttiva di tali affermazioni è già evidente.
Infatti il cristianesimo non poteva allora e non può tuttora essere considerato un credo monolitico e compatto: prova ne sia la coesistenza al suo interno di dottrine che vanno dal cattolicesimo romano alla Chiesa d’Inghilterra, dalla Chiesa Avventista ai testimoni di Geova: l’unico fattore unificante dei vari credi è il Nuovo Testamento con il nucleo centrale costituito da Cristo figlio di Dio, dalla sua Croce e dalla sua Resurrezione.
Con i loro comportamenti, quindi, i Templari avrebbero destituito il Cristianesimo delle sue più profonde fondamenta.
Ma perché avrebbero dovuto farlo? Perché rinnegare verità ritenute incontrovertibili e tramandate dai Vangeli?
Non rimane che una sola spiegazione, o quantomeno quella più plausibile: essi sapevano qualcosa che non doveva essere rivelato. A qualsiasi costo.
Come se possedessero la conoscenza di ciò che avrebbe potuto indicare “la strada” per giungere alla “Verità”, tuttavia una strada diversa da quella segnata dalla ortodossia della Chiesa.
Ma siamo nel campo delle ipotesi, fondate, ma pur sempre ipotesi.
E sulla scorta di tali congetture prende forma la teoria secondo la quale Santo Graal, altro non sarebbe che la crasi di due termini: Sang Real, cioè il Sangue Reale, la discendenza nata dall’unione di Cristo con Maria Maddalena, destinata a regnare sui troni del mondo perchè diretta progenie della casa di David e della Maddalena stessa. (Ricordate? Abufihamet = stirpe?)
Nel periodo delle crociate, in effetti, si assiste ad un’esaltazione e ad una centralità della figura della Maddalena come mai era successo.
E non può essere un caso che tutti i romanzi del ciclo del Graal, abbiano ad oggetto vicende che alludono ad una discendenza, ad una appartenenza ad una schiera, ad un gruppo, la famiglia del Graal appunto, ad un legame di sangue insomma, che si instaura o con un matrimonio o tramite misteriose avventure che legano i protagonisti in un vincolo di comunione.
Spesso liquidare tutto questo come semplicemente appartenente al mondo letterario e fantastico può essere un errore.
Secondo la prospettiva di tale impostazione, da Cristo e Maria Maddalena, avrebbe avuto origine la dinastia Merovingia, prima difesa dalla Chiesa e poi, con il tradimento e l’uccisione di Dagoberto II, soppiantata per lasciare il posto a quella Carolingia. Su queste ipotesi, che trovano un suggestivo fondamento in alcune coincidenze storiche sulle quali è qui impossibile dilungarsi, si innesterebbe proprio la vicenda del Priorato di Sion, il cui presunto (oltre alla sua stessa esistenza) principale obiettivo sarebbe quello di restituire il trono ai legittimi discendenti merovingi perchè guidino l’umanità verso una nuova epoca storica segnata dal governo illuminato delle genti e da un lungo periodo di pace e prosperità.
Il ritrovamento dei rotoli del Mar Morto e di Nag Hammadi, e dei frammenti di quelli che si ritengono essere i Vangeli apocrifi, offrono sostegno a quella che sembra la più rivoluzionaria, se non la più blasfema, delle affermazioni: tuttavia la complessità di tali argomentazioni è tale da meritare lo spazio di un prossimo articolo.
E poi c’è il mistero di Rennes-le-Chateau, ma questa è un’altra storia!
Come si vede gli interrogativi sono tanti, ma sembrano far affiorare una possibile e suggestiva risposta che probabilmente non riceverà mai conferma ufficiale: forse c’è qualche altra verità che non deve essere rivelata. E se tale altra verità fosse quella che i Templari avevano in qualche modo conosciuto e custodito e che qualcuno ha avuto interesse a seppellire con loro?
Tuttavia, spero che quanto detto non vi influenzi qualora vi accingiate a dipingere un bel templare: il nostro soldatino dovrà incarnare solo il coraggio e lo spirito cristiano e cavalleresco della sua epoca, poichè la storia è storia e la leggenda è leggenda. O no!?

“ Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam”

Bibliografia:
Il segreto dei templari, R. Ambelain, Roma, 1975.
Il Santo Graal, M.Baigent-R.Leigh-H.lincoln, Milano, 1982.
Il Graal e la Sindone, A. Lombatti, Milano, 1988.
Il mistero del Sacro Graal, G. Hancock, Londra, 1992.
I Templari, Storia e leggenda, P.Lopane, Nardò(LE), 2000.


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